GIULIA GANUGI

Sociologa – Ricercatrice sociale – Innovatrice accademica

una porta socchiusa vista dall'interno. L'interno è scuro, mentre fuori si intravede il verde della natura e la luce

Salute mentale in accademia

 

una porta socchiusa vista dall'interno. L'interno è scuro, mentre fuori si intravede il verde della natura e la luce

Foto di Jan Tinneberg su Unsplash

Un problema collettivo e societario

I miei pensieri in questo spazio cominciano con un passo verso la mia interiorità, perché ho scoperto che la mia salute mentale non è solo un mio problema individuale, ma è un problema collettivo. Prima di tutto, perché siamo in tanti a soffrire di cattiva salute mentale in accademia.

Così, condivido con voi qualcosa che tengo dentro, nei pensieri e nel cuore, ma che probabilmente è il punto da cui è partito – o ripartito – tutto.

Mi riferisco al crollo mentale e fisico che ho avuto nella primavera del 2018. Nessuno lo ha mai definito un burn out, quindi non so dirvi se davvero lo fosse. So solo che per me ha significato toccare il fondo di una condizione che non potevo più sopportare. Una condizione causata da stress, stanchezza, altissima mobilità, continue messe in dubbio da parte di chi doveva essere il mio punto di riferimento, e solitudine.

Stavo facendo il mio dottorato in quel periodo: un doppio dottorato condiviso tra l’Università di Bologna e l’Università KU Leuven, in Belgio, dove sono approdata per il periodo di ricerca all’estero, inizialmente di sei mesi ma poi durato 15 mesi. Non sto a raccontarvi tutto il carico emotivo e la quantità di risorse (mentali, fisiche, di tempo, economiche) che questo ha comportato, ma provo a raccontarvi le cause che mi hanno fatto arrivare al crollo.

Sui disturbi psicologici e psichici provocati dalle condizioni lavorative vissute negli ambienti universitari, articoli e studi si stanno moltiplicando. su Medium trovate, tra gli altri, gli articoli di Narraction e uno in particolare riporta alcuni studi fatti dal 2014 in poi. Io vi segnalo questo altro articolo, che però non è open access: ne trovate alcuni dati riassunti nel mio carosello su Instagram “salute mentale – in accademia e non solo”. Il web è pieno di articoli, sia giornalistici sia scientifici: è sufficiente digitare salute mentale e accademia.

Ma non è neanche mia intenzione darvi dei dati oggi, li potete trovare su tutti gli articoli citati e in tanti altri. Io voglio trasmettervi le sensazioni e i pensieri che ho vissuto, perché questo non è quantificabile nei dati e l’unico modo che ho per comunicarlo è qualificarli con le parole.  

Riassumo in tre punti le condizioni che mi hanno messo duramente alla prova:

La solitudine

Il dottorato è personale, il progetto – seppure concordato con professori e/o altri ricercatori – è il tuo e sei l’unica persona responsabile del suo andamento. Inizi il ciclo di dottorato con altri colleghi, ma poi ognuno segue il suo percorso. Nel mio caso, ho anche vissuto la sensazione costante che lo scambio di riflessioni, problemi ed esperienze non fosse apprezzato né da altri dottorandi né da altre figure. Quindi fondamentalmente, ho affrontato tutto da sola.

La sindrome dell’impostore

L’ingresso ai cicli di dottorato è limitato a pochissime persone. Una volta ottenuto il posto, chiunque faccia già parte dell’ambiente ti ricorda quanto elitario sia. Questo ha contribuito notevolmente a farmi sentire una privilegiata, soprattutto per il fatto che potessi svolgere un lavoro (quello di ricerca) che mi appassiona e per il quale venivo anche pagata, a fronte di tantissimi giovani senza lavoro o non retribuiti. Così ho cercato di lamentarmi il meno possibile e mi sono sentita sempre in colpa le poche volte che ho avuto il bisogno di sfogarmi.

Sovraccarico lavorativo

I dottorandi sono l’ultimo gradino della scala gerarchica universitaria. Così vengono fin da subito “testati” con una mole di lavoro insopportabile, data dal portare avanti il proprio progetto, aiutare il docente di riferimento con ore seminariali ed esami, partecipare alle lezioni previste dal ciclo dottorale, contribuire all’organizzazione di summer school e altre mansioni variabili. Tutte mansioni che, per quanto mi riguarda, mi sono sempre sentita proporre solo con una possibilità apparente di dire “no”. In realtà, sentivo l’aspettativa che io dicessi sì a tutto, perché sarei stata un’ingrata altrimenti a non cogliere le opportunità che mi si davano. E dovevo anche ringraziare.

Riflettiamoci…

Non oso immaginare come queste situazioni siano peggiorate negli ultimi due anni, con l’evolversi della pandemia da Covid19. L’isolamento è sicuramente aumentato per via del lavoro da casa. Così come sono aumentate le ore effettivamente lavorate e, ancora peggio, le ore in cui viene data per scontata la disponibilità a lavorare. Del tipo: “Dobbiamo stare a casa, cosa vuoi fare a parte lavorare?”

Non concludo questo racconto con una nota positiva, il momento di raccontarvi come mi sono ripresa da questo crollo arriverà. Ora vorrei che riflettessimo sulle cause e le condizioni che portano a cattivi stati di salute mentale, anche se non è mai piacevole farlo. Dopo, vorrei che ognuno potesse sentirsi più libero di parlarne, di lamentarsi, di fare presente quali condizioni non sopporta e quali lo fanno stare male.

Parlandone (e continuando a raccogliere dati a riguardo) possiamo raggiungere due obiettivi: non far sentire solo chi vive questa situazione o l’ha vissuta; sensibilizzare la società dell’esistenza di questo problema.

Così facendo, sarà sempre più evidente che stati di cattiva salute mentale in accademia non sono una debolezza dell’individuo, da risolvere personalmente, curandoci o abbandonando l’ambiente. Questo è un problema collettivo e societario e come tale richiede una strategia politica che riformi il sistema, soprattutto quello di valutazione della carriera accademica, che riconosca l’importanza della ricerca e la finanzi, e che spinga rettori, università e professori ordinari ad apportare un cambiamento concreto nelle modalità lavorative interne.

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